Pubblicato il giorno 20.05.2026 in Salute mentale

«Riposarsi non è un lusso, ma una necessità biologica »

Il riposo è fondamentale per il bilancio energetico. Ma come possiamo prenderci cura di noi stessi quando il mondo intorno a noi gira sempre più velocemente? Sara Satir, coach specializzata nell’attivazione delle risorse e nella prevenzione del burnout, offre spunti pratici per mantenere l’equilibrio nella vita quotidiana.

Sara Satir, lei da dove attinge la sua ener gia? 

Da tante fonti diverse, ad esempio le relazioni, le belle conversazioni, le persone che amo o le esperienze nella natura. In altre parole: tutto ciò che ci fa sentire bene e connessi nel momento presente può essere una fonte di energia. 

In Svizzera molte persone si sentono emotivamente esauste. Qual è la sua esperienza nella sua attività di coaching? 

Questa situazione si riflette anche nella mia vita quotidiana. Spesso le persone si rivolgono a me non perché siano poco resistenti allo stress, ma perché per molto tempo hanno preteso troppo da sé, sia sul lavoro che nella vita privata. Scivolano così in una modalità in cui si limitano a funzionare, perdendo ogni senso di gioia e leggerezza. Questi sono i primi segnali d’allarme che indican che è necessario un cambiamento. 

Quali sono i motivi di questo esaurimento generalizzato? 

Ci mancano le pause naturali. Ad esempio, la percezione sensoriale in quegli istanti in cui possiamo fermarci e limitarci a essere presenti. Ricordiamoci della nostra infanzia, quando sedevamo sul sedile posteriore dell’auto e non facevamo altro che guardare le gocce di pioggia scendere lungo il finestrino. Oggi queste pause vengono semplicemente spazzate via dai tanti stimoli che ci bombardano ogni giorno. Alla fermata dell’autobus non ci limitiamo ad aspettare, ma nel frattempo leggiamo, scorriamo i social o telefoniamo. Questa simultaneità porta molte persone allo sfinimento. 

«L’energia dipende anche da quanto ci prendiamo cura di noi stessi» 

Come possiamo trovare una via d’uscita da questa situazione e recuperare la nostra energia? 

Sviluppando una maggiore consapevolezza del nostro bilancio energetico. Ci illudiamo spesso che le nostre riserve di energia siano infinite, ma non è così. È la prima cosa che dobbiamo riconoscere. In seguito possiamo imparare a monitorare il nostro bilancio energetico. Basta ascoltarsi e chiedersi: come sto veramente? Come sta il moi corpo? Quali pensieri ed emozioni mi stanno attraversando? Partendo da questo presupposto, forse potremo capire se abbiamo ancora energie per affrontare un altro progetto in ufficio o una riunione del consiglio dei genitori, oppure se siamo già al limite. Ma, nella realtà dei fatti, in una situazione del genere dire di no è piuttosto difficile… 

Quando qualcuno chiede di fare una pausa, nella nostra società si tende subito a dire: «Ah, ecco, questa persona non ha voglia di fare». Ma questo ragionamento non regge: se continuiamo a impegnarci, è proprio perché manteniamo in equilibrio il nostro bilancio energetico. Abbiamo bisogno di pause e dobbiamo esigerle. Infatti, riposarsi non è un lusso, ma una necessità biologica. Inoltre, l’energia non è un concetto assoluto; non è qualcosa che abbiamo o non abbiamo, ma dipende anche da quanto ci prendiamo cura di noi stessi.  

La maggior parte di noi deve destreggiarsi tra ansia da prestazione in ufficio, conciliazione tra famiglia e lavoro o attività di cura. Come possiamo gestire la situazione in modo sostenibile? 

È essenziale rendersi conto che lo stress è comunque inevitabile. Spesso sprechiamo moltissima energia nel tentativo di rimuovere ciò che lo causa. In effetti ci sono dei «ladri di energia» di cui ci si può liberare, ma in molti ambiti professionali o scelte di vita lo stress fa semplicemente parte della routine. Affrontare questa situazione con consapevolezza e gentilezza verso sé stessi può già essere liberatorio. Ammettere che sì, è vero, la propria vita richiede molta energia. E non lasciarsi sopraffare dallo stress, ma cercare, passo dopo passo, di trovare un modo per affrontare l’esaurimento e uscirne. 

Ha qualche consiglio concreto su come possiamo riportare in equilibrio il nostro bilancio energetico? 

Quando si tratta di sviluppare risorse energetiche, meno è meglio. Spesso vogliamo fare troppe cose contemporaneamente, il che a lungo termine non è sostenibile. È estremamente importante che la gestione energetica stessa non diventi a sua volta un’altra voce nella lista delle cose da fare e, di conseguenza, un fattore di stress. Ecco perché do grande importanza ai piccoli cambiamenti nelle abitudini, le cosiddette «microabitudini »: sono facili da mettere in pratica e per questo sono particolarmente efficaci nel lungo periodo. Ad esempio, annotate quello che vi toglie energia e quello che ve ne dà, e concentratevi su ciò che vi ricarica. Tuttavia, è importante sottoporre sempre i vostri «generatori di energia» a una domanda-test: mi fa davvero sentire bene? Spesso, infatti, confondiamo le risorse con gli obiettivi. Oppure ciò che ci fa bene è molto diverso da ciò che pensiamo dovrebbe farci bene. Stare sul divano in pigiama fa decisamente meno effetto rispetto allo yoga o al pilates. Ma, come già detto, tutto inizia dalle piccole cose: un brano musicale che amiamo, un colore che troviamo bello o un profumo che ci piace. Quando ci si chiede cosa ci dia energia e cosa invece ce ne tolga, bisogna rispondere con molta sincerità.

«Cosa mi dà energia? Spesso la risposta richiede molta sincerità verso sé stessi» 

Che i nostri livelli di energia siano sufficienti o meno, la percezione che ne abbiamo è altamente soggettiva. Come facciamo a capire quando abbiamo ancora abbastanza energia e quando invece la situazione si fa critica?       

In questo senso il nostro organismo è davvero geniale: infatti invia segnali di allarme, inizialmente molto deboli, che si fanno sempre più forti se ignorati. Spesso il fatto di riuscire a recuperare bene dallo stress è indice di un livello energetico adeguato. Se invece il riposo non sortisce più alcun effetto, cioè se dopo una pausa non ci sentiamo meglio, se si aggiungono segnali fisici o una sensazione di vuoto interiore, allora la situazione può diventare critica. Ecco perché dico sempre che non è mai troppo presto per individuare i segnali di allarme. Meglio rivolgersi una volta in più a un professionista che farlo quando è già troppo tardi.     

Oltre alla sua attività professionale, lei ha anche due figli. Uno dei due è affetto da una forma grave di autismo e, sin dalla nascita, necessita di cure e assistenza intensive. Di conseguenza, lei svolge anche molto lavoro di cura non retribuito. Come fa a preservare le sue riserve di energia e cosa consiglia agli altri familiari che prestano cure?   

Quando lavoro con familiari curanti, cerco di promuovere la consapevolezza che il lavoro di cura è un lavoro a tutti gli effetti, da cui è necessario riposarsi. È del tutto naturale potersi concedere una pausa dal lavoro retribuito durante il fine settimana, in vacanza o al termine della giornata lavorativa. Ma in molte situazioni i familiari curanti lavorano 24 ore su 24, passando spesso dal lavoro retribuito a quello di cura. Ecco perché, anche in questo caso, è necessario ammettere con sé stessi che, nonostante l’amore che si prova per la persona che si accudisce, le cure richiedono tantissima energia. Spesso già questo è un grande sollievo.     

In questo contesto, quanto conta il senso di ciò che si fa?    

È proprio questo che mi dà forza nel mio lavoro e anche nel rapporto con mio figlio ormai adulto, fin dall’inizio. La ricerca sulla resilienza e sullo stress mostra che, quando le persone percepiscono un senso nelle cose, il loro equilibrio energetico tende a essere diverso rispetto a quando avvertono una mancanza di significato. Il che vuol dire chiedersi ogni volta: «Perché lo faccio?». Ma anche confrontarsi con i propri limiti e prenderli sul serio, persino quando altre esigenze sono estremamente pressanti. È molto, molto difficile. Tuttavia è essenziale accettare aiuto, liberarsi dai sensi di colpa e ritagliarsi momenti per guardare dentro di sé. Il mio messaggio più importante per i familiari curanti è questo: soltanto avendo cura di voi stessi potrete continuare, nel lungo periodo, a prendervi cura dei vostri cari. La vostra energia alimenta il vostro lavoro e coltivare il vostro benessere personale è il modo migliore per esserci per le persone importanti per voi.    

Questa consapevolezza ha dovuto maturare anche in lei?    

Sì. Mio figlio ormai è adulto e vive in un istituto, perché assisterlo richiede un impegno incredibile e molto intenso. Se voglio continuare a passare del tempo con lui anche quando avrà 40 anni, devo dosare le mie riserve di energia. Questo significa che, proprio per quanto gli voglio bene, a volte devo fissare dei limiti.  Naturalmente non è affatto facile, né per me né per gli altri familiari curanti. Ma è qui che tornano in gioco l’esperienza di connessione e la percezione che le cose abbiano un senso: nella cura non si tratta solo di dare, spesso si riceve anche tantissimo in cambio. Lungo il percorso con mio figlio ho imparato ad apprezzare le piccole gioie della vita e ad esserne grata. E sì: umiltà è una parola che pesa, ma quando nulla è scontato, le piccole gioie assumono un significato enorme.

Informazioni sull’autrice: Sara Satir

Da 14 anni Sara Satir gestisce uno studio personale di coaching, supervisione e consulenza a Winterthur. Inoltre, tiene seminari, ritiri e laboratori formativi, modera eventi, scrive rubriche per il «Migros-Magazin» e, insieme alla giornalista Marah Rikli, conduce il podcast di Frauenzentrale Zürich «Sara und Marah im Gespräch mit …» [Sara e Marah a colloquio con ...]. Come madre di un figlio adulto con disabilità, la quarantasettenne si impegna fortemente a favore dell’inclusione e dell’uguaglianza. 


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